Striscia la notizia: la voce della razionalità?

Mi è recentemente capitato di vedere alcune puntate della celeberrima trasmissione di Canale 5 e sono rimasto sorpreso dalla quasi quotidiana lotta contro i tanti guaritori che truffano i creduloni che non mancano mai in questo paese.


Un fenomeno tutt'altro che di nicchia, se è vero, com'è vero che ci sono associazioni di presunti guaritori (gli impositori delle mani... si i pranoterapeuti insomma) riconosciute per legge. Poco importa che tutte le prove ufficiali abbiano riscontrato un efficacia nulla di queste pratiche (non superiore al placebo insomma), l'attrattiva di guarire da mali incurabili o senza dover passare per la medicina tradizionale è sempre troppo forte.


Spiegavo sulla nostra rivista, tempo fa, come funzionano queste “pratiche mediche”, se io decido di somministrare l'acqua del mio rubinetto come cura per il mal di stomaco, immediatamente troverò il 30% dei pazienti (almeno) che troverà dei giovamenti finanche ad essere completamente guarito. Non c'è niente di strano, si chiama effetto placebo. Ma quel 30% è sufficiente per farmi il nome di “guaritore miracoloso” e iniziare a costruire quel giro di clienti che mi faranno passare il resto della vita senza lavorare.


Ora sembra che nell'indifferenza degli altri mass media, qualcuno ha deciso di dichiarare guerra a queste pratiche e ridicolizza gli “stregoni” che hanno la pretesa di curare ogni tipo di malattia con l'imposizione delle loro mani.


Non so se c'è da festeggiare, il fatto che il giro degli “stregoni” sia ignorato dal resto dei mass media, nonostante la sua enorme diffusione, e sia lasciato il compito ad un telegiornale satirico di attaccarlo dovrebbe quanto meno far riflettere.


Ma del resto, considerata la credibilità attuale dei nostri telegiornali ufficiali, è meglio così.





Alessandro Chiometti

LAICITÀ (O LAICISMO) E ANTICLERICALISMO

Le parole davvero importanti non hanno mai un senso univoco, non possono averlo, perché il significato di una parola è dato dal concetto che rappresenta e quindi porta dentro di sé tutta la storia dei contrasti – ideologici, politici, filosofici, etici – che danno sostanza al concetto medesimo.

Se a tale ambiguità inevitabile si somma la polisemia di molte parole, sicché spesso una sola rappresenta più concetti, si capirà perché molte discussioni non riescono mai a raggiungere la sostanza dei problemi, arenandosi a questioni nominalistiche.


Ci pare che le parole del titolo diano un buon esempio di questa situazione.


Quante volte sentiamo contrapporre la “sana laicità” al deteriore “laicismo”? E quante tacciare di mala fede coloro che si dichiarano “laici ma non laicisti”?
 

Questione puramente nominalistica, direte voi e in effetti spesso è così. Per capire le effettive coordinate assiologiche di una persona, senza perdersi in anguste disquisizioni terminologiche, è sufficiente sottoporsi vicendevolmente a un test su alcune questioni dirimenti, molto pratiche: finanziamento delle confessioni religiose, simboli religiosi nei luoghi istituzionali, educazione confessionale nelle scuole, autodeterminazione nelle scelte esistenziali.

Fatto questo test, per me si chiarisce subito chi è laico e chi non lo è, e se volete chiamarmi “laicista”, con parola chiaramente dispregiativa, fate pure, la sostanza non cambia.


Sennonché, l’intervento del terzo termine spariglia le cose e scombina i ranghi già serrati delle opposte squadre, opponendo finanche illustri laici(sti) a umili anticlericali.


Lo stimato prof. Odifreddi, ad esempio, in un suo intervento su Repubblica del 30 dicembre 2007, ha configurato la politica laica quale compromesso fra clericalismo e anticlericalismo, consistendo nello “agire come se la religione e la Chiesa non ci fossero, senza naturalmente far nulla affinché non ci siano”.


È evidente che secondo tale approccio l’anticlericalismo sarebbe un atteggiamento deteriore - e comunque non laico - in quanto consisterebbe nello “agire per far sì che la religione e la Chiesa non ci siano “.

La laicità sarebbe in sostanza indifferenza pubblica verso il fenomeno religioso, contrapposta all’anticlericalismo, decisa e attiva ostilità verso Chiesa e religione.


Non sono d’accordo con il professore e non si tratta di questione meramente nominalistica.


La sua nozione di laicità si limita a offrire una soluzione al solo problema del rapporto fra Stato e Chiesa, mentre per chi scrive la laicità è la quintessenza della dottrina della libertà e quindi dello Stato moderno, che deve alimentare la propria vita istituzionale della libertà cosciente dei cittadini.


Uno Stato è laico se pone a proprio fondamento la libera coscienza dei cittadini.


Come può allora uno Stato laico sostenere istituzioni che limitino o coartino tale libertà? Non dovrebbe essergli francamente ostile?


Come può concordare con istituzioni che fondino il proprio potere proprio sulla pretesa di controllare la coscienza dei propri membri?


Va sottoscritto quanto diceva Romolo Murri: libertà della Chiesa significò spesso in Italia servitù delle coscienze, che la Chiesa medesima trattava come cose sue […]. Uno Stato di libertà non può riconoscere questa libertà, che è oppressione.


Lo Stato laico è quindi necessariamente anticlericale, ma non antireligioso: indebolire il potere delle gerarchie vaticane (il clero) non può che alimentare il movimento di vita spirituale del mondo cattolico, che vive nelle coscienze dei fedeli (la religiosità).


In conclusione, come laici non possiamo non dirci (ed essere) anticlericali, perché non c’è libertà dove un’autorità goda di privilegi economici, politici ed istituzionali che le attribuiscano di fatto gli strumenti per condizionare le coscienze dei cittadini. 


Massimiliano Bardani

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L'attesa sta per finire!

DZ1


Don Zauker è in arrivo, siate pronti!


 

by AlexJC | commenti (1) | commenti (1)(popup)
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8 per mille: alla Chiesa anche la quota dello Stato

I cittadini che quest’anno hanno scelto come destinatario dell’8 per mille dell’Irpef lo Stato italiano, in realtà hanno finanziato – loro malgrado – la Chiesa cattolica. Come riporta Repubblica,  dei quasi 44 milioni di euro di gettito spettanti allo Stato, i 10 milioni destinati ai Beni culturali saranno impiegati per il restauro di immobili ecclesiastici (26, per la precisione) e analoga fine faranno gran parte dei 14 milioni destinati agli “interventi per il sisma in Abruzzo”. Tutte ristrutturazioni che dovrebbero essere finanziate dal fondo “edilizia di culto” compreso  nella quota di 8 per mille destinata alla Chiesa.


A farne le spese tutti gli altri capitoli di spesa, primi tra tutti quelli relativi alla Fame nel mondo (2% del totale) e all’Assistenza ai rifugiati (poco più del 5%).


L’atto del Governo sulla ripartizione del gettito derivante dall’8 per mille è stato firmato dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi i primi di settembre, qualche giorno dopo la mancata “Perdonanza” a causa dell’attacco del Giornale, l’organo di stampa della famiglia Berlusconi, a Dino Boffo, direttore di Avvenire. Il documento, che sancisce la piena discrezionalità del presidente del Consiglio nella gestione del gettito, è stato approvato dalla commissione Bilancio della Camera e presumibilmente verrà approvato nei prossimi giorni anche dall’analoga commissione del Senato.


La beffa dell’8 per mille, quindi, continua. Come ogni contribuente dovrebbe sapere, la Chiesa si accaparra, a fronte del 35% delle preferenze espresse dei cittadini, una quota dell’8 per mille pari a circa l’80% del totale (cifra che si aggira tra i 900 milioni e 1 miliardo di euro). Ciò grazie ai meccanismi di redistribuzione delle scelte non espresse, pari a circa il 60%. Infatti, per lo Stato firmano circa il 4% dei contribuenti e le altre confessioni religiose (Valdesi, Ebrei, Luterani, Avventisti, Assemblee di Dio)  non arrivano, tutte insieme, all’1% delle preferenze.


Di questa ‘truffa legalizzata’ molti cittadini sanno poco o nulla. I mezzi di informazione si guardano bene dal parlarne e lo stesso Stato non fa alcuna pubblicità per aggiudicarsi una fetta superiore di questo appetibile introito. Inoltre tutti gli appelli che in questi ultimi anni si sono susseguiti per aggiungere altri beneficiari quali, ad esempio, la ricerca scientifica – martoriata, nel nostro Pese, da continui tagli – sono caduti nel vuoto.


La Chiesa cattolica, per contro, investe molto sul piano pubblicitario dando a intendere che la quota a lei destinata verrà elargita ai poveri e alle popolazioni del terzo mondo. In realtà solo il 20% viene devoluto a ‘opere di bene’ (circa il 12% in Italia e l’8% all’estero), mentre il resto va a sostentamento del clero, delle parrocchie e dei luoghi di culto.


A ciò che in ogni paese civile già sarebbe fonte di scandalo, si aggiunge la novità di quest’anno. 


La ‘perdonanza’ del nostro presidente del Consiglio per il presunto scambio sesso-favori con prostitute di lusso e veline – che l’incauto direttore del Giornale ha fatto saltare ad agosto – passerà dalle tasche di tutti i contribuenti.


Cecilia M. Calamani - Cronache Laiche

Le Intese mancate

Il cosiddetto “ordine concordatario” si regge su due gambe: il Concordato con la Chiesa cattolica, come revisionato nel 1984, che trova copertura nell’articolo 7 della Costituzione, e le Intese con le altre confessioni religiose, previste dall’articolo 8 della Carta.


È evidente che la prima gamba è più lunga e forte della seconda, sicché la politica religiosa italiana non può che zoppicare vistosamente, ma talvolta quest’andamento claudicante diviene un vero e proprio saltellio su una gamba sola.


Fuori di metafora, in taluni frangenti la politica governativa nei confronti delle altre confessioni religiose, mai trattate alla pari della cattolica, diviene particolarmente discriminatoria.


Rientra in questa linea la “politica delle Intese” tenuta negli ultimi anni dai Governi italiani.


È sufficiente visitare il sito del Governo italiano per scoprire che vi sono sei Intese (o accordi di revisione di Intese) stipulati il 4 aprile 2007 e che non sono state ancora convertite in legge (Chiesa Apostolica in Italia, Unione Buddista Italiana, Unione Induista Italiana, Sacra Arcidiocesi d’Italia, Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi giorni, Congregazione dei Testimoni di Geova), mentre le trattative con l’Istituto Buddista italiano Sokka Gakkai si sono aperte il 18 aprile 2001 e non sono mai andate avanti.


Qualunque cosa si pensi dell’ordine concordatario – e vi assicuro che il sottoscritto ne pensa malissimo - esso è iscritto nell’ordine costituzionale e va rispettato.


In uno Stato senza Concordato, la mancanza di Intese non sarebbe dannosa per le altre confessioni religiose, ma in Italia, purtroppo, le Intese sono il solo strumento per garantirne l’eguaglianza nei loro rapporti con lo Stato.


Si consideri solo che in mancanza di un’Intesa i fedeli induisti o i Testimoni di Geova o gli ortodossi non possono decidere la devoluzione alle proprie istituzioni religiose dell’8 per mille dell’IRPEF, che così viene spartito fra gli altri soggetti.


Con ciò stesso è anche evidente chi remi contro la ratifica delle Intese o la stipula di nuove, tanto da spingere le varie confessioni di minoranza a costituire una Coalizione per le Intese Religiose, con il supporto dei Valdesi, per spingere gli organi politici a deliberare.


La cosa più grave è che questo avviene per inerzia governativa. Il Governo, infatti, non ha neanche presentato in Parlamento i disegni di legge per la ratifica degli accordi già firmati.


Se è vero che non può configurarsi per il Parlamento un obbligo giuridico a ratificare le Intese stipulate dal Governo, è invece sostenibile che esista per quest’ultimo un obbligo a sottoporre alle Camere gli accordi raggiunti e formalizzati, e non solo per garantire “l’eguale libertà” delle confessioni religiose, ma anche per consentire al Parlamento il sindacato sull’attività dell’Esecutivo.


La condotta del Governo lede quindi l’eguaglianza delle confessioni religiose e il rapporto di collaborazione con il Parlamento.


Che Bel Paese!


Massimiliano Bardani

Il sostentamento del clero

Un fantomatico Servizio per la promozione del sostegno economico della Chiesa mi ha scritto. Ho risposto così:


"Ho ricevuto la vostra lettera ciclostilata del novembre 2009 in cui mi ringraziate per il sostegno che avrei donato ai sacerdoti che “frequento nella mia parrocchia”, e mi chiedete un’offerta per il loro sostentamento.


Vi chiedo, innanzitutto, chi vi abbia dato il mio indirizzo e autorizzato a utilizzarlo e vi diffido, in ogni caso, dal continuare a farlo, esigendo di essere cancellato dalle vostre banche dati. In caso contrario sarò costretto a tutelare i miei diritti presso l’Autorità garante della privacy.


Nel merito, contesto la verità di quanto affermate nella missiva.


Dire che l’offerta è una via nuova alla condivisione fraterna aperta in seguito al Concordato del 1984 che avrebbe eliminato il sostegno diretto statale e“affidato i pastori alle comunità stesse” è perlomeno tendenzioso.


Sapete meglio di me che la revisione del Concordato del 1984 ha sostituito la vecchia congrua con l’8 per mille, che nelle intenzioni originarie doveva proprio servire a mantenere i sacerdoti: se la Chiesa cattolica usa il gettito garantito da tale forma di imposizione fiscale per tutt’altri fini e deve poi sopperire altrimenti al mantenimento dei sacerdoti, imputet sibi.


E’ un patetico mezzuccio comunicativo, far appello ai buoni sentimenti, che funziona solo con il lettore distratto e poco attento.


Così come patetico è il richiamo a una frequenza parrocchiale, di cui non avete alcuna testimonianza. Io non frequento alcuna parrocchia da almeno vent’anni.


Puro marketing industriale vestito da religiosità posticcia da trasmissione televisiva. Mi dispiace che tante povere brave persone possano essere irretite da questa condotta, irreligiosa al massimo grado. Tanto dovevo. Saluti"



Massimiliano Bardani

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Simbolo o scandalo della croce?

Ricorrendo al titolo di uno dei libri più noti del situazionista Vaneigem, si potrebbe dire che sulla sentenza della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo sono state espresse tante, troppe per la verità, “banalità di base”, arrivando in diversi casi a toni parossistici da faziosità calcistica nonché a manifestazioni di invereconda ipocrisia da parte di politici e non solo.


Al di là della piattezza e della superficialità che sembrano ormai, purtroppo, dominare incontrastate, occorrerebbe, invece, riflettere seriamente sull'attualità dostoevskijana della croce e su ciò che quella nudità ferita, dilacerata, esprime ancora in questa fase di tarda modernità.


Può essere il simbolo della croce così degradato da essere inteso unicamente come ostentazione di una tradizione culturale colta, per giunta, nel suo aspetto impositivo? Quanto di scandaloso e terribile c'è, per converso, in ciò che esso evoca e rappresenta a tal punto da essere ritenuto meritevole di sottrazione alla visione quotidiana?


Siamo davvero certi che sia effettivo il dissidio tra ciò che si vorrebbe accreditare per religioso e tra ciò che si vorrebbe spacciare per laico o non si tratti, forse, in entrambi i casi di due parodie di qualcosa di molto più serio che rimanda, invece, alla tragicità dell'esistenza e alla possibilità insita in noi di riscattarci dalla caduta?


Molto sommessamente, ci permettiamo di suggerire di compiere un passo più in là e di oltrepassare l'assurdo, inaccettabile, clima da tifoseria creatosi chiedendoci tutti, senza entrare nel merito delle motivazioni ispiratrici di un pronunciamento autorevole e rispettabile, se piuttosto non si vogliano occultare la sofferenza, il dolore, la morte in una società in cui l'uomo, prima ancora di Dio, è enigma a se stesso.


Un pensatore scomodo, e per questo accantonato, come Sergio Quinzio, soprattutto nelle ultime sue opere intrise di profezia e insieme di amara consapevolezza, non ha mai smesso di insistere sulla necessità di affrontare senza infingimenti il tema della discesa divina oltre limiti dell'estrema debolezza culminata nell'esasperazione della croce. Ciò che ci spaventa, ciò che terrorizza, oggi più di ieri, non è forse l'idea di un Dio che in quanto tale rinunci alle sue prerogative accettando su di sé quanto di più angoscioso e terribile grava sulla condizione umana? Non della croce come simbolo bisognerebbe, dunque, parlare ma della croce come scandalo e paradigma.


Francesco Pullia

Prete pedofilo a Firenze: lo Stato sta a guardare

Don Roberto Berti, ex parroco della Curia di Firenze, è stato condannato per pedofilia dalla Congregazione della dottrina della fede.



La sentenza giudica il parroco colpevole di “molestie sessuali e psicologiche su minori” e prevede per lui “la residenza obbligata, in regime di vigilanza, in una struttura fuori dalla diocesi di Firenze per un percorso di recupero spirituale e psicoterapeutico. L’arco di tempo complessivo previsto per portare a termine il programma di recupero sarà di otto anni. In questo periodo don Berti è escluso da ogni attività pastorale. Al termine degli otto anni la Congregazione per la dottrina della fede riesaminerà la situazione, valutando se il cammino di rigenerazione spirituale e psicologica avrà ottenuto i risultati sperati”.


In  virtù del perdono cristiano, l’arcivescovo di Firen­ze monsignor Giuseppe Beto­ri scrive nella lettera di accompagnamento della sentenza: “Nel ripensare alle grandi sofferenze che questa triste vicenda ha causato, l’Arcidiocesi ribadisce la sua vicinanza a quanti ne hanno subite le penose conseguenze e rinnova l’impegno affinché simili funesti episodi non accadano mai più, mentre accompagna con la preghiera il percorso di rigenerazione umana e spirituale del colpevole”.


Ricapitolando, un parroco ha molestato sessualmente dei bambini (al punto da scatenare una sentenza della Congregazione della dottrina della fede, l’erede diretta della Santa Inquisizione) e  viene mandato in un’altra provincia per una “rigenerazione spirituale”.  L’Arcidiocesi pregherà per lui e tra otto anni si vedrà. Nel frattempo Berti sarà comodamente alloggiato in altra parrocchia in regime di piena libertà e come penitenza perderà “ogni attività pastorale”. In quella parrocchia circoleranno, ignari, dei ragazzini. Ma lui sarà troppo occupato a pregare per degnarli delle sue  immonde attenzioni.


Si ripete, insomma, una storia nota, in particolare in America latina: i preti pedofili, nel silenzio dell’omertà e dell’ignoranza, vengono spostati in altre parrocchie e lì continuano indisturbati, su altre vittime, i loro abusi.  


La domanda sorge spontanea: ma lo Stato dov’è?

Un prete che abusa dell’infanzia viene condannato da un tribunale eccelsiastico ma non dalla giustizia italiana. E’ più grave, pare, il peccato sessuale del reato – ripugnante – di violenza sessuale nei confronti di minori.

Dobbiamo pensare che se sconterà la prima pena (pregare) sconterà automaticamente anche la seconda? O dobbiamo pensare che la giustizia italiana “ha i suoi tempi”? O ancora, che grazie al Concordato e al Trattato tra la Santa Sede e l’Italia le autorità ecclesiastiche non siano soggette all’obbligo di denunciare il caso a quelle italiane e possano quindi sbrigarsela ‘in casa’? Le linee di confine tra le due giurisdizioni, anche su territorio e  cittadini italiani,  sono infatti pericolosamente – e volutamente – labili.


Due parole merita infine il ‘peccato’ di pedofilia nella Chiesa cattolica.


Per la Chiesa sono cinque i peccati mortali, per i quali non è sufficiente la confessione: rubare ostie consacrate per usarle in riti satanici; violare il segreto della confessione; commettere, se si è preti o suore,  peccati sessuali (e la pedofilia rientra in questi); abortire o rendersi corresponsabile di aborto; aggredire o offendere la persona del Papa.


Violentare un bambino è come rubare delle ostie o offendere il Papa. In quest’ottica, un trasferimento in altra parrocchia appare addirittura una pena severa.


Cecilia Maria Calamani - Cronache Laiche

Se questo è un cristiano
Siamo alle solite. La sentenza di Strasburgo ha messo a nudo, una volta di più, tutte le differenze incolmabili fra le anime del mondo “cristiano” e, puntualmente, questa parola viene a perdere ancora di più il suo significato come se non fosse già stata abbastanza gettata nel fango.

Fango che come spesso accade sono gli stessi, autodefinitesi, cristiani a gettarsi addosso.


Come accade sempre più frequentemente noi laici siamo costretti a dover distinguere fra dei religiosi adulti, che si preoccupano di testimoniare la loro fede senza per questo doverla imporre (vedi le Comunità Cristiane di Base) e degli integralisti fanatici che adulti non diventeranno mai e per cui il simbolo esposto e ostentato conta molto più della sostanza.


A questi ultimi si sono affiancati tutta una serie di personaggi che si ergono a difensori del crocifisso negando con il loro stesso atteggiamento ciò che quel simbolo dovrebbe in qualche modo significare.


Come non ricordare a fulgido esempio di questi individui il Ministro della Difesa (e dell'offesa evidentemente) La Russa che intimava in diretta nazionale ai pacatissimi laici che difendevano la sentenza della Corte di Strasburgo “potete morire”? Ah, quale esempio di sana cristianità.


Ma del resto non è certo da solo il ministro, visto che al cristianissimo gruppo di Facebook “Tu stacchi il crocifisso? Io ti stacco le mani!” si sono iscritte quasi ventimila persone, evidentemente tutti difensori della cosiddetta cristianità!


Non credo ci sia bisogno di scomodare la psicoanalisi per parlare di individui che per difendere la cristianità staccherebbero le mani al prossimo... semplicemente è questo il risultato di almeno un secolo di ambiguità da parte della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, che se da una parte gli fa comodo propagandare il messaggio evangelico di amore e fratellanza per conquistare fedeli, dall'altra ha sempre abbracciato dittatori, guerre e persecuzioni, proponendo cappellani militari (che sono di per se un ossimoro), negando nei fatti il messaggio evangelico stesso.


Il risultato è sotto gli occhi di tutti, i difensori del crocifisso sono cosi incredibili (nel senso di non credibili) che esibendo il loro cieco fanatismo rafforzano in quasi tutti i laici la convinzione che la sentenza di Strasburgo è giustissima.


E anche quei laici come Travaglio che vorrebbero difendere l'esposizione del “simbolo di umanità e fratellanza” sono costretti prima di tutto a dissociarsi pubblicamente dallo spettacolo indecoroso che i tanti La Russa di questo paese stanno offrendo.





Alessandro Chiometti

La verità sul registro del testamento biologico

Ma di che va parlando il sen. Maurizio Ronconi? Ma perché, prima di lanciarsi in una campagna di disinformazione e palese mistificazione, non pondera attentamente le proprie affermazioni?

Il registro dei testamenti biologici, come dovrebbe correttamente sapere e sicuramente sa, non è affatto una scorciatoia o, peggio ancora, un espediente ingannevole per introdurre surrettiziamente l’eutanasia ma uno strumento, adottato da numerosi comuni italiani, che, in attesa di una specifica normativa nazionale e in ossequio a quanto previsto dall’art.3 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, dall’art.9 della Convenzione di Oviedo e, soprattutto, dall’art.32 della Costituzione italiana, secondo cui “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”, in grado di fornire ai cittadini che lo desiderino, ripetiamo  ai cittadini che lo desiderino, la possibilità di rendere le proprie dichiarazioni anticipate sui trattamenti sanitari nel caso in cui, gravemente malati, non abbiano più la capacità di esprimere la propria volontà.

Che cosa c’entri questo con l’eutanasia il senatore dovrebbe spiegarlo innanzitutto a se stesso e poi a noi altrimenti non si può che essere indotti a ritenere di trovarci di fronte a un esempio di sprovvedutezza o, peggio, di grave e pericolosa distorsione della verità (come, d’altronde, ha fatto un altro senatore, Carlo Giovanardi, nei confronti della drammatica e allarmante vicenda di Stefano Cucchi).

Ronconi, tra l’altro, dimentica o finge di dimenticare, che l’istituzione di un registro sul testamento biologico non è espressione di quel “laicismo radicale” da lui tanto aborrito ma risponde semplicemente alle attese della maggioranza dei cattolici, ancora una volta, come sempre sui temi relativi al rispetto della dignità personale, in straordinaria sintonia con l’azione politica dei radicali. La libertà di scegliere se essere o no sottoposti ad accanimento terapeutico è un insopprimibile diritto di ognuno di noi che nessuna concezione totalitaria, nessun assolutismo, nessun fondamentalismo, nessun “politicismo” di basso profilo possono cancellare.

A dispetto di quanto si vorrebbe far credere, vale la pena ricordare che, in un sondaggio effettuato e reso noto non più di un mese fa da “Observa”, l’Osservatorio Scienza e Società diretto dal sociologo Massimiano Bucchi, il 73,3 % degli italiani si è dichiarato favorevole al rifiuto dell’idratazione e dell’alimentazione forzata in caso di decorso irreversibile della malattia e il 66% ha saputo definire correttamente, a differenza di certi parlamentari, cosa effettivamente sia il testamento biologico.

Difficile pensare che il 73,3 % degli italiani sia composto soltanto da “laicisti radicali”.

Per la cronaca: nel 2007 un sondaggio Ipsos ha evidenziato che il 74% dei cattolici impegnati in attività parrocchiali è convinto che la voce dei vertici ecclesiastici debba essere ascoltata, ma ha aggiunto di decidere, però, secondo “coscienza individuale”.


Francesco Pullia